Reacher 4: il gigante d’acciaio scricchiola, ma regge ancora
C’è qualcosa di quasi rassicurante nel rituale di ogni nuova stagione di Reacher. Si accende Prime Video, compare Alan Ritchson con le sue spalle larghe quanto un’autostrada, e per qualche ora il mondo si divide in due categorie: chi fa del male agli innocenti e chi prende pugni da Jack Reacher. La quarta stagione non tradisce questo contratto non scritto con lo spettatore, e per certi versi lo rispetta con una fedeltà quasi commovente. Il problema è che la fedeltà, portata all’estremo, comincia a somigliare pericolosamente all’immobilismo.
Ritchson è ancora una volta il cuore pulsante — o meglio, il blocco di granito pulsante — della serie. La sua interpretazione di Reacher rimane uno dei piaceri più onesti della televisione d’azione contemporanea: un uomo di poche parole, molti cazzotti e una logica deduttiva che farebbe invidia a Sherlock Holmes se Sherlock Holmes pesasse centodieci chili di muscoli. Il fascino del personaggio non è mai stato in discussione, e anche in questa stagione Ritchson dimostra di saper dosare con intelligenza la componente fisica e quella, sottile ma presente, comica. Reacher è buffo proprio perché non lo sa, e questa inconsapevolezza rimane la trovata più riuscita dell’intera operazione.
Eppure, guardando questi nuovi episodi, si avverte per la prima volta una certa meccanicità nell’ingranaggio. La struttura narrativa segue binari talmente collaudati da risultare prevedibile non solo nei colpi di scena — che arrivano puntuali come treni svizzeri — ma anche nel ritmo emotivo. Il villain di turno è minaccioso quanto basta, il gruppo di comprimari è simpatico quanto serve, le scene d’azione sono coreografate con competenza ma raramente sorprendono. La serie sembra aver trovato la sua velocità di crociera e aver deciso di non accelerare né frenare.
Il vero tallone d’Achille, però, è la scrittura dei personaggi secondari. Nelle prime stagioni, la squadra attorno a Reacher contribuiva a creare una dinamica di gruppo credibile e affettuosa. In questa quarta tornata, alcuni comprimari sembrano esistere principalmente per fornire battute di rimbalzo o per trovarsi nei guai al momento giusto, senza una vera traiettoria drammatica propria. È un limite che nelle stagioni precedenti si perdonava più facilmente, ma che adesso, con quattro stagioni sulle spalle, pesa di più.
Detto questo, sarebbe disonesto negare che Reacher 4 funziona ancora come intrattenimento. Funziona perché conosce il suo pubblico, perché non si prende mai troppo sul serio, e perché Alan Ritchson è una presenza scenica genuinamente carismatica. Se cercate una serie che vi tenga incollati al divano senza chiedervi di fare troppo sforzo intellettuale, siete nel posto giusto. Se invece speraste in un salto qualitativo, in una stagione che alzasse l’asticella narrativa, resterete con un senso di occasione mancata.
Reacher rimane una delle proposte action più godibili di Prime Video, ma il rischio di diventare una macchina che gira su se stessa è adesso più concreto che mai. La quinta stagione sarà il vero banco di prova: o si osa qualcosa di nuovo, o si rischia di trasformare un gigante in una caricatura di se stesso.
Voto: 7/10











