Trent’anni di «Il Vile»: i Marlene Kuntz non smettono di festeggiare
Ci sono dischi che invecchiano e dischi che maturano. «Il Vile», secondo capitolo della discografia dei Marlene Kuntz, pubblicato nella primavera del 1996, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A trent’anni dalla sua uscita, quel lavoro continua a esercitare una forza gravitazionale precisa su chiunque abbia a cuore la storia del rock alternativo italiano: una tensione emotiva irrisolta, una ruvidezza sonora che non cercava compromessi, un modo di stare nella musica che allora sembrava anomalo e oggi appare semplicemente necessario.
La band cuneese aveva già avviato un percorso celebrativo per questo anniversario, ma evidentemente il dialogo con il pubblico non era ancora esaurito. Nelle ultime settimane il gruppo ha annunciato l’aggiunta di quattro nuove tappe al tour dedicato al trentennale dell’album, allargando la mappa degli appuntamenti sia oltre confine — con una data a Bruxelles — sia nelle città italiane che da sempre rappresentano il cuore pulsante della scena alternativa: Roma, Bologna e Milano. Un segnale chiaro: la domanda c’è, e i Marlene Kuntz hanno scelto di risponderle.
Non è scontato, per una band della loro generazione, mantenere questa capacità di riempire club e teatri con un progetto così dichiaratamente legato alla memoria. Eppure i Marlene Kuntz non si sono mai comportati come una band da reunion nostalgica. Il loro rapporto con «Il Vile» sembra piuttosto quello di chi torna su un capitolo aperto, non per chiuderlo, ma per rileggerlo con occhi diversi. Sul palco, certi brani acquistano stratificazioni che la versione in studio non poteva prevedere: trent’anni di vissuto collettivo trasformano l’ascolto in qualcosa che assomiglia più a un rito che a un concerto.
L’aggiunta della data europea è un dettaglio tutt’altro che marginale. Bruxelles, crocevia di comunità italiane e punto di riferimento per il rock indipendente continentale, rappresenta un riconoscimento implicito della dimensione che certi dischi hanno raggiunto al di là dei confini nazionali. «Il Vile» non è mai stato un prodotto da esportazione nel senso commerciale del termine, ma la sua influenza si è diffusa per vie sotterranee, come spesso accade con la musica che conta davvero.
Per chi non ha ancora visto il tour, queste nuove date sono un’occasione da non sottovalutare. Non si tratta di assistere a una semplice operazione nostalgia: i Marlene Kuntz hanno dimostrato, nel corso degli anni, di saper portare il peso della propria storia senza esserne schiacciati. E «Il Vile», a trent’anni di distanza, suona ancora come una promessa mantenuta.
In un panorama musicale che spesso privilegia l’effimero e il ciclico, vedere una band scegliere di celebrare la propria identità più profonda — senza svendite, senza rivisitazioni patinate — è un atto che merita attenzione e rispetto. Che sia Bruxelles o Milano, Roma o Bologna, il palco dei Marlene Kuntz resta uno dei pochi posti dove il rock alternativo italiano può ancora guardarsi allo specchio senza vergogna.










