Dexter: Resurrection 2 — Michael C. Hall e il mostro eterno

Vent’anni di oscurità: Dexter non smette di affascinarci

C’è qualcosa di quasi paradossale nel fatto che Dexter Morgan, il serial killer più amato della televisione americana, sia ancora qui a tormentarci. Vent’anni fa Matt Showtime mandava in onda il primo episodio di una serie che avrebbe ridefinito il concetto di antieroe televisivo, e oggi, con Dexter: Resurrection già alla sua seconda stagione, ci ritroviamo a chiederci se questo personaggio abbia ancora qualcosa da dirci — o se stiamo semplicemente cedendo alla nostalgia.

La risposta, dopo aver visto i nuovi episodi, è scomoda quanto lo è sempre stato Dexter stesso: dipende. Dipende da quanto siete disposti a perdonare una serie che ha già tradito il suo pubblico una volta, con quel finale del 2013 che rimane uno dei più discussi — e criticati — della storia recente della TV. Dexter: New Blood, nel 2021, aveva tentato di rimediare con risultati alterni. Ora Resurrection prova a costruire su quelle fondamenta traballanti.

Michael C. Hall: il peso di vent’anni sul volto

Il vero punto di forza della serie è sempre stato e rimane Michael C. Hall. L’attore porta addosso il peso di due decenni con una naturalezza che sfiora il miracolo: Dexter non è mai sembrato così stanco, così consapevole della propria natura, così vicino a qualcosa che potremmo chiamare — con tutte le virgolette del caso — una crisi di mezza età. Hall stesso, intervenendo in collegamento al Lucca Comics & Games in occasione dell’anteprima della nuova stagione, ha parlato del personaggio come di “un mistero ancora irrisolto”, e questa dichiarazione è forse la chiave di lettura più onesta che potessimo ricevere.

Perché Dexter funziona quando rimane misterioso, quando il codice di Harry è una bussola imperfetta e non una giustificazione morale. Le stagioni più deboli della serie originale erano quelle in cui il personaggio diventava troppo comprensibile, troppo simpatico, quasi rassicurante. La scommessa di Resurrection sembra essere quella di restituirgli una certa opacità, di renderlo di nuovo inquietante anche per chi lo segue da anni.

Un thriller che si interroga sulla propria sopravvivenza

Non è un caso che la serie sembri riflettere, a tratti, sulla propria stessa esistenza. C’è una meta-consapevolezza nel modo in cui certi dialoghi vengono costruiti, una sensazione che gli sceneggiatori sappiano benissimo di dover convincere un pubblico scottato. Il risultato è una narrazione che oscilla tra momenti di autentica tensione e altri in cui il meccanismo si vede troppo.

Il rischio principale di Dexter: Resurrection 2 è quello di ogni revival che si rispetti: compiacere i fan storici senza annoiare chi si avvicina per la prima volta. La serie ci riesce a metà. Chi conosce Dexter troverà risonanze familiari e qualche sorpresa genuina; chi non lo conosce potrebbe sentirsi spaesato davanti a un universo narrativo che porta addosso cicatrici visibili.

Verdetto: un mostro che merita ancora attenzione

Dexter Morgan non è redimibile, e probabilmente non dovrebbe esserlo. Resurrection 2 ha il merito di non dimenticarlo, di non cedere alla tentazione del riscatto facile. Non è la stagione migliore di una serie che ha avuto vette altissime e cadute rovinose, ma è una stagione onesta, guidata da una performance attoriale che da sola vale il tempo investito. Vent’anni dopo, il mostro è ancora lì. E noi siamo ancora qui a guardarlo.

Foto: Gage Skidmore from Peoria, AZ, United States of America — Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0

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