The Great: quando la storia diventa satira feroce e meravigliosa
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel destino televisivo di The Great. La serie creata da Tony McNamara — già sceneggiatore de La Favorita di Yorgos Lanthimos — ha vissuto tre stagioni di intelligenza rara, humor tagliente e recitazione sopraffina, per poi essere cancellata prima di raggiungere la conclusione che meritava. Ora che Netflix si prepara a rimuoverla dal catalogo il 12 novembre, vale la pena fermarsi e chiedersi: perché non ne ha parlato abbastanza nessuno?
La serie racconta, in modo volutamente anacronistico e liberissimo, l’ascesa di Caterina la Grande al potere nella Russia imperiale del Settecento. Il sottotitolo recita “an occasionally true story” — e quella parola “occasionally” è già un manifesto estetico. McNamara non ha alcun interesse per la ricostruzione filologica: usa la storia come pretesto per smontare il potere, il patriarcato, il matrimonio come istituzione politica e la violenza sistemica con una leggerezza che fa quasi paura.
Elle Fanning nei panni di Caterina è semplicemente straordinaria. Costruisce un personaggio che passa dall’ingenuità romantica alla lucidità spietata con una naturalezza disarmante, senza mai perdere quella scintilla di umorismo che rende il personaggio amabile anche nei momenti più oscuri. Accanto a lei, Nicholas Hoult interpreta Pietro III con un’energia comica e tragica insieme: il suo imperatore è un idiota magnifico, crudele e infantile, eppure McNamara riesce a renderlo quasi umano nel corso delle stagioni, in un percorso narrativo che sorprende per profondità.
Il punto di forza della serie è proprio questo equilibrio impossibile: The Great è una commedia nera che fa ridere di cuore e poi ti lascia con un retrogusto amaro. I dialoghi sono fulminanti, spesso anacronistici nel lessico, e questo sfasamento temporale non è pigrizia creativa ma una scelta precisa per parlare al presente. Le dinamiche di potere che Caterina deve navigare — la corte misogina, i consiglieri incompetenti, le alleanze fragili — risuonano con un’attualità che nessuna serie in costume “seria” riuscirebbe a raggiungere.
La produzione è lussuosa quanto basta: costumi magnifici, scenografie che mescolano il barocco con tocchi volutamente pop, una fotografia che non rinuncia alla bellezza pur sapendo di stare raccontando qualcosa di fondamentalmente assurdo. La colonna sonora, eclettica e spesso deliberatamente fuori contesto, completa il quadro di una serie che sa esattamente cosa vuole essere.
La cancellazione prima di un finale degno rimane una ferita aperta. La terza stagione si chiude con fili narrativi ancora in sospeso, e chi si è affezionato ai personaggi — e ci si affeziona, eccome — sente quella mancanza come un torto. Ma anche incompiuta, The Great vale ogni minuto del suo tempo. È rara, è originale, è coraggiosa.
Se avete un abbonamento Netflix e qualche sera libera prima del 12 novembre, fatevi un favore: recuperatela. Non è la serie più rumorosa del catalogo, non è quella di cui tutti parlano. È meglio: è quella di cui tutti dovrebbero parlare.
Voto: 8,5/10
Foto: Harald Krichel — Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0











