IT (1990): il clown che ci ha insegnato ad avere paura
Ci sono opere che sopravvivono ai decenni non perché siano perfette, ma perché hanno impresso qualcosa di indelebile nell’immaginario collettivo. La miniserie IT, trasmessa nel 1990 sulla rete americana ABC e tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King, è esattamente questo: un prodotto televisivo figlio del suo tempo, con tutti i limiti che questo comporta, eppure capace di terrorizzare intere generazioni con una singola immagine. Quella di un clown bianco e rosso che sorride da un tombino.
La notizia della scomparsa di Tim Curry riporta inevitabilmente l’attenzione su questa miniserie in due parti, e lo fa con una certa urgenza emotiva. Perché parlare di IT del 1990 significa, in larga misura, parlare di lui. La sua interpretazione di Pennywise, l’entità cosmica che assume le sembianze di un pagliaccio per cacciare le sue vittime, è uno di quei casi rari in cui un attore non si limita a interpretare un personaggio: lo incarna, lo possiede, lo trasforma in qualcosa di più grande della pagina scritta e dello schermo.
Curry porta a Pennywise una qualità che le versioni successive — per quanto tecnicamente superiori — hanno faticato a replicare: l’ambiguità. Il suo clown è al tempo stesso ridicolo e terrificante, seduttivo e ripugnante. C’è una teatralità consapevole nel modo in cui muove gli occhi, nel modo in cui allunga le vocali, nel modo in cui trasforma ogni battuta in una minaccia velata. È un’interpretazione sopra le righe, certo, ma calibrata con una precisione chirurgica. Curry sapeva esattamente quanto spingersi oltre senza scivolare nel grottesco involontario.
Il resto della miniserie, va detto con onestà critica, è più discontinuo. La struttura narrativa alterna le vicende dei protagonisti da bambini — la parte più riuscita, con una tensione autentica e una malinconia che ricorda i migliori lavori di King — alle loro avventure da adulti, dove la produzione televisiva dell’epoca mostra le sue crepe più evidenti. Gli effetti speciali invecchiano male, alcune sottotrame vengono sacrificate rispetto al romanzo, e il finale ha sempre diviso il pubblico tra chi lo ha trovato coraggioso e chi semplicemente insufficiente.
Eppure, nonostante tutto questo, IT del 1990 funziona ancora. Funziona perché cattura qualcosa di essenziale nel romanzo di King: l’idea che la paura infantile sia una forza reale, quasi fisica, e che affrontarla richieda una forma di coraggio collettivo che da adulti tendiamo a dimenticare. Il Club dei Perdenti, con le sue dinamiche di amicizia e vulnerabilità, è ritratto con una tenerezza che bilancia efficacemente l’orrore circostante.
Rivedere questa miniserie oggi, dopo la scomparsa di Curry, significa anche fare i conti con ciò che il cinema e la televisione perdono quando se ne va un interprete capace di trasformare un costume da clown in un’icona culturale duratura. Pennywise non sarebbe Pennywise senza di lui. E IT del 1990, con tutti i suoi difetti, resta un documento prezioso di cosa significhi recitare con tutto se stessi, anche — e soprattutto — sotto uno strato di trucco bianco.
Voto: 7/10 — Un’opera imperfetta che vale il prezzo del biglietto già solo per Tim Curry. Da riscoprire, con rispetto e un pizzico di coraggio.







