Carrie nell’era di TikTok: Flanagan riscrive King senza tradirlo
Ci sono adattamenti che si limitano a ricalcare l’originale con nuovi costumi, e poi ci sono quelli che decidono di rischiare davvero. Mike Flanagan, con la sua versione seriale di Carrie per Prime Video, sceglie chiaramente la seconda strada. Il risultato, stando alle prime recensioni circolate in questi giorni, è qualcosa di più complesso e stratificato di quanto ci si potesse aspettare — e proprio per questo divide.
Flanagan non è nuovo a questo tipo di operazione: ha già dimostrato con L’Haunting of Hill House e Mezzanotte a Osservatorio Bly di saper prendere materiale letterario canonico e trasformarlo in qualcosa di personale, capace di parlare al pubblico contemporaneo senza snaturare lo spirito dell’opera di partenza. Con Carrie, però, la sfida è ancora più alta: il romanzo di Stephen King del 1974 è già stato adattato più volte per il cinema, e l’immagine di Sissy Spacek coperta di sangue al ballo scolastico è diventata un’icona culturale quasi impossibile da aggirare.
La scelta di ambientare la storia nel presente — con i social network, il cyberbullismo, le sparatorie scolastiche come sfondo — non è solo un aggiornamento estetico. È una dichiarazione di intenti: Flanagan vuole che Carrie faccia ancora paura, e per farlo deve trovare i nuovi demoni del nostro tempo. Il bullismo digitale, con la sua capacità di moltiplicare l’umiliazione in modo esponenziale e permanente, è in effetti un territorio narrativo che si adatta con inquietante naturalezza alla storia di una ragazza con poteri telecinetici spinta oltre il limite della sopportazione.
Le recensioni internazionali parlano di una serie che funziona meglio quando si concentra sul ritratto psicologico dei personaggi piuttosto che sugli elementi più spettacolari. Il formato seriale, rispetto al lungometraggio, permette di espandere le relazioni secondarie, di dare spessore alle comprimarie, di esplorare la figura della madre di Carrie con una profondità che i film precedenti non potevano permettersi. Ed è proprio in questi momenti che la firma di Flanagan si riconosce con più chiarezza: la sua capacità di trasformare il terrore soprannaturale in metafora del dolore emotivo è il vero valore aggiunto.
Non mancano però le riserve. Alcuni critici segnalano che il tentativo di incorporare troppe tematiche contemporanee rischia a tratti di appesantire il ritmo narrativo, trasformando la serie in un catalogo di ansie sociali più che in un thriller organico. C’è anche chi lamenta che certi momenti di tensione vengano risolti troppo in fretta, sacrificati sull’altare di una struttura episodica che non sempre giova alla costruzione della suspense.
Detto questo, l’impressione generale è quella di un’opera che merita attenzione, soprattutto per chi segue il lavoro di Flanagan come autore coerente e riconoscibile all’interno del panorama horror contemporaneo. Carrie non sarà il suo lavoro più riuscito, ma è probabilmente il più coraggioso: prendere un mito e rimetterlo in discussione, senza la rete di sicurezza della nostalgia, è sempre un atto che vale la pena guardare — anche quando non tutto funziona alla perfezione.
Voto provvisorio: 7/10 — In attesa di una visione completa, una serie che promette più di quanto forse riesce a mantenere, ma firmata da uno dei nomi più interessanti dell’horror seriale degli ultimi anni.
Foto: Kevin Payravi — Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0








