Glee è davvero tornata? Ryan Murphy e la sceneggiatura che fa sognare (e tremare)
C’è un momento preciso in cui una serie televisiva smette di essere uno show e diventa un fenomeno culturale. Per Glee quel momento arrivò intorno al 2009, quando Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan trasformarono un gruppo di studenti sfigati di un liceo dell’Ohio in un’icona generazionale capace di vendere milioni di singoli su iTunes, riportare in classifica brani dimenticati e aprire un dibattito nazionale — americano e non solo — su inclusione, identità e diversità. Ora Murphy annuncia di aver terminato la sceneggiatura per un possibile reboot che coinvolgerebbe anche parte del cast originale, e il web si è diviso esattamente come ci si aspettava: metà in lacrime di gioia, metà in preda al terrore.
Partiamo da ciò che Glee è stata davvero. Nei suoi anni migliori — grossomodo le prime due stagioni — la serie era un oggetto televisivo difficile da classificare: satirica e sentimentale allo stesso tempo, capace di passare dall’ironia tagliente di Sue Sylvester (Jane Lynch, semplicemente perfetta) al dramma adolescenziale più sincero nel giro di una battuta. Le cover musicali erano il motore narrativo, certo, ma la scrittura sapeva usarle come specchio emotivo dei personaggi, non come semplice intrattenimento. Era televisione popolare con ambizioni autoriali, e funzionava.
Il problema è che Glee ha anche avuto stagioni successive in cui quella magia si è sgretolata visibilmente: trame ripetitive, personaggi sacrificati sull’altare dei nuovi arrivi, un’escalation di numeri musicali sempre più scollegati dalla storia. La serie si è conclusa nel 2015 con la sua sesta stagione, lasciando un’eredità complicata — aggravata, fuori dallo schermo, da vicende personali tragiche che hanno coinvolto alcuni dei suoi protagonisti.
Ed è qui che la notizia del reboot smette di essere solo una questione di nostalgia e diventa una riflessione più seria. Murphy ha dichiarato di aver appena finito di scrivere la sceneggiatura e di credere davvero nel progetto. Ma cosa significa “coinvolgere il cast originale” nel 2025? Quali personaggi tornerebbero, e soprattutto: ha ancora senso raccontare quella storia? Il liceo di McKinley High era figlio di un’epoca specifica, in cui certe battaglie culturali avevano ancora il sapore della novità televisiva. Oggi, dopo anni di rappresentazione LGBTQ+ sempre più matura e diffusa nelle serie TV, il rischio è che un reboot risulti o anacronistico o, peggio, una celebrazione autoreferenziale.
Detto questo, sarebbe disonesto ignorare il potenziale. Murphy è uno showrunner che sa reinventarsi — The People v. O.J. Simpson e Dahmer lo dimostrano — e se il reboot avesse il coraggio di fare i conti con le ombre della serie originale invece di ignorarle, potrebbe diventare qualcosa di interessante. Non una replica, ma una conversazione critica con il passato.
Per ora restiamo in attesa. La sceneggiatura esiste, ma tra una sceneggiatura e una serie in onda c’è un abisso fatto di trattative, casting e decisioni di rete. Quello che è certo è che l’annuncio ha già fatto il suo lavoro: ha riacceso una conversazione su cosa significhi fare televisione inclusiva oggi, e su quanto sia difficile — e rischioso — tornare dove si è già stati felici. Don’t stop believin’, diceva la canzone. Ma stavolta, forse, un po’ di sano scetticismo non guasta.
Foto: Keith McDuffee from Northborough, MA, USA — Wikimedia Commons, CC BY 2.0








