Il Trono di Spade: quando una serie dimentica perché era grande
Ci sono dichiarazioni che fanno male non perché siano false, ma perché sono vere. Maisie Williams, l’attrice che per otto stagioni ha dato vita ad Arya Stark in Il Trono di Spade, ha recentemente ammesso di trovare “imbarazzanti” alcune delle ultime stagioni della serie. Non è una sparata polemica da tabloid: è la testimonianza lucida di chi quella storia l’ha vissuta dall’interno, e che oggi, guardandosi indietro, non riesce a fare finta di niente.
Vale la pena fermarsi su questa confessione, perché Il Trono di Spade non è stata una serie qualunque. Per i suoi primi cinque anni, lo show HBO adattato dai romanzi di George R.R. Martin ha ridefinito il concetto stesso di televisione di genere: scrittura spietata, personaggi sfaccettati, una capacità rara di sorprendere senza tradire la logica interna del racconto. Era una serie che si fidava del pubblico, che non aveva paura di uccidere i propri eroi, che costruiva ogni scena su strati di significato politico, morale, emotivo.
Poi è successo qualcosa. Con il progressivo esaurimento del materiale letterario di Martin — le ultime stagioni si sono mosse su territorio inedito, senza la guida dei romanzi — la serie ha cominciato a perdere quella precisione narrativa che la rendeva unica. Le motivazioni dei personaggi si sono fatte sempre più meccaniche, le svolte drammatiche sempre più telegrafate o, al contrario, improvvisate. La stagione finale, in particolare, ha generato un dibattito che ancora oggi non si è sopito: scelte di trama contestate, archi narrativi chiusi in fretta, una sensazione diffusa di corsa verso il traguardo.
Il caso di Arya Stark è emblematico. Il suo percorso, costruito con pazienza per anni — da bambina nobile a assassina senza nome, passando per Braavos e la Casa del Bianco e Nero — meritava una conclusione all’altezza. E in parte ce l’ha avuta, con momenti di indubbio impatto. Ma il contesto generale in cui quei momenti si inserivano era già compromesso da una scrittura che sembrava aver perso la bussola.
Quello che colpisce nelle parole di Williams non è la critica in sé — i fan la formulano da anni — ma la fonte. Quando è chi ha recitato in una serie a dire che certe sequenze la mettono a disagio rivederle, significa che il problema era percepibile anche sul set, non solo dagli spettatori a casa. È una forma di onestà intellettuale rara nel mondo dello spettacolo, dove la diplomazia istituzionale tende a prevalere.
Il Trono di Spade rimane, nel complesso, una delle serie più importanti della storia della televisione. Le prime stagioni sono capolavori di scrittura e regia. Ma il suo finale è diventato un caso di studio su cosa succede quando una produzione perde il filo conduttore, quando la spettacolarità prende il sopravvento sulla coerenza, quando si dimentica perché una storia era grande in primo luogo. Maisie Williams lo sa. E noi con lei.
Il vero peccato è che nessuna serie spin-off — per quanto riuscita — potrà mai riscrivere quella conclusione. Resta lì, come una cicatrice narrativa, a ricordarci quanto sia difficile mantenere la promessa di un inizio straordinario.








